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Scrivo ergo sum: perché la scrittura a mano batte quella digitale?

La scrittura a mano mette in relazione mente, cuore e corpo. E nonostante le evoluzioni tecnologiche essa continua incessante a resistere, migliorando il nostro benessere psicologico

Il 23 gennaio si celebra la giornata mondiale della scrittura a mano. Una delle attività più ancestrali che fin dalle antiche civiltà conserva da più di 5000 anni con affidabilità inconfutabile, le tracce e l’eco del passato che costituiscono la storia dell’Uomo.

Dai primi codici legislativi passando per i poemi cavallereschi e arrivando alle odierne e stropicciate liste della spesa, la scrittura a mano contiene in sé una natura che mette in profonda e intima comunicazione la mente pensante con il mondo esterno che la circonda. Ed è amica della nostra salute psicologica.

LA PSICHE SI RIVELA

La scrittura mette in stretta connessione la nostra mente che attinge dal cuore per poi tradurre il tutto in un gesto lineare su un campo bianco. Anche se non sembra, c’è un po’ di noi persino nelle liste della spesa scritte su foglietti di fortuna e dal destino già stropicciato.

Scrivere fa lavorare la mente e quindi stimola la memoria procedurale oltre che quella a breve termine, agisce sui neurotrasmettitori dopaminergici e promuove l’elasticità neuronale. Il tutto è condensato in qualsiasi parola decidiamo che diventi traccia sul foglio.

Quella stessa traccia è un simbolo della nostra identità: la scrittura dà e restituisce identità. Ed è questo che studia la grafologia, una tecnica che si propone di dedurre da caratteristici stili di calligrafia, alcuni tratti psicologici che possano ricondurre all’identità dell’autore. Non sarebbe la prima volta che si risolve un crimine grazie a una perizia grafologica.

SCRITTURA A MANO VS TYPEWRITING

Abbandonare la scrittura manuale significa per certi versi lasciare inespressa una parte di sé in nome di una comodità istantanea e una veloce soddisfazione nel vedere il risultato già pronto. A lungo termine, questo può costituire la base di due problemi: il primo risiede nel fatto che ci disabituiamo a rispettare i giusti spazi, il che può indirettamente riflettersi anche nel nostro modo di essere anche da un punto di vista relazionale.

Secondariamente perdiamo l’occasione di esprimere la nostra identità: disegnare, progettare, scrivere o appuntare tramite un computer o uno smartphone è un surrogato di noi stessi: un intermediario inanimato una parte del nostro Sé, e con essa perdiamo la nostra sensibilità.

Come ultima considerazione la fiducia e affidabilità. In generale prediligiamo uno strumento nel momento in cui abbiamo verificato che esso è affidabile e sicuro. Ebbene, siamo sicuri che un computer lo sia davvero? Ok, ora c’è il Cloud e tutto ciò che è sincronizzato con la “nuvola” ha diritto a una seconda vita. Ma c’è sempre il rischio di un bug o di non riuscire più ad accedere al proprio account, senza il quale sarebbe impossibile recuperare il materiale al suo interno.

La buona vecchia scrittura a mano, a meno di un incendio o di un accidentale bagno nel caffè, sarà dura che attui un piano diabolico per cancellare i nostri appunti o pensieri che le abbiamo confidato in un momento di privata intimità.